Laura Muscarà

Il sogno è, nelle storie per l’infanzia, un elemento costitutivo della trama stessa, e si pone quale ponte verso una dimensione onirica che può assumere contorni tali da risultare più vera del vero.

Ci sono storie che nascono da un sogno o che in un sogno sconfinano aprendo parentesi di sospensione dove tutto può accadere, in un gioco di continui rimandi tra realtà e fantasia. Al sogno è spesso affidato il desiderio di ciò che non si ha o che non si è.
Ne sa qualcosa la piccola fiammiferaia che, infreddolita ed affamata nella notte di fine anno, alla luce dei cerini immagina di sentire il calore di una stufa o di allungare le mani su un’oca arrostita. In principio il suo sogno esprime dunque dei bisogni stringenti, legati alla pura sopravvivenza; ma, nel procedere della storia, esso sfocia in un desiderio di pace che solo la morte potrà appagare.

“La bambina prese un’altro fiammifero e lo strofinò sul muro: nella luce le sembrò di vedere la nonna con un lungo grembiule sulla gonna e uno scialle frangiato sulle spalle. – Nonna! – gridò la bambina tendendole le braccia, – portami con te! So che quando il fiammifero si spegnerà anche tu sparirai come la stufa di rame, l’oca arrostita e il bell’albero di Natale.
La bambina allora accese rapidamente i fiammiferi di un’altra scatoletta, uno dopo l’altro, perché voleva continuare a vedere la nonna. (…)”Vieni!” disse la nonna, prendendo la bambina fra le braccia e insieme volarono via nel gran bagliore. Erano così leggere che arrivarono velocemente in Paradiso; là dove non fa freddo e non si soffre la fame!”

Siamo al sogno come strumento di liberazione da uno stato di disagio, di sofferenza o di malessere, in quella legittima tensione alla felicità che è propria di ciascun essere umano. Il sogno non arriva mai per caso, tutt’altro: come snodo cruciale di una storia, può suggerire al protagonista quale direzione prendere. E allora il sogno si fa presagio, premonizione, punto d’incontro privilegiato tra l’umano e il soprannaturale. Uno per tutti, il sogno di Bella ne La Bella e la Bestia: vedendo in sogno che la Bestia è gravemente malata, la ragazza deciderà di tornare al suo palazzo e di sposarlo, trasformandolo di nuovo in principe.

“Una notte fece un sogno: vide il mostro che, smagrito, consumato dal dolore, si trascinava penosamente sull’orlo di un ruscello in fondo al giardino, e ogni tanto invocava piangendo il suo nome. Il castello, prima così luminoso, aveva tutte le finestre buie e i portoni chiusi e sembrava l’immagine della desolazione. Si svegliò all’improvviso con il cuore che le batteva forte. ” Sono stata un’ingrata” pensò. ” Ho ingannato il mio povero mostro che, invece, ha avuto tanta fiducia in me. Voglio tornare da lui, e sposarlo (…) Non ho saputo apprezzare il tesoro che Dio aveva messo sulla mia strada”.
Se è vero, come ha scritto Calvino, che il sogno è “un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura”, il sogno può salvare ma anche condannare. Nella favola di Esopo Il figlio e il leone dipinto, ad esempio, si racconta di un padre che, saputo in sogno che il figlio sarà ucciso da un leone, lo rinchiude in casa e, per distrarlo, fa decorare l’alloggio con figure d’animali d’ogni sorta, tra i quali anche un leone. Il figlio, oppresso dalla reclusione, comincia ad inveire contro il leone dipinto:

“Brutta bestia! per colpa tua e per colpa del sogno bugiardo di mio padre sono qui chiuso e custodito come una femminuccia. Che cosa non dovrei farti? E così dicendo, si scagliò con la mano contro il muro, quasi volesse cavargli un occhio. Ma una scheggia gli penetrò sotto un’unghia, procurandogli un vivo dolore e un’infiammazione, la quale finì in un ascesso; vi si aggiunse la febbre, che ben presto portò a morte il giovane. Così, il leone, per quanto fosse solo un leone dipinto, lo uccise, senza che a nulla servisse l’espediente paterno”.
Anche a voler cogliere il monito del sogno, per la morale esopica non vi sono precauzioni che tengano di fronte all’ineluttabilità del destino.

Chi invece, a seguito delle visioni notturne, riprende decisamente in mano il proprio destino per imprimergli un nuovo corso, è l’avarissimo Scrooge di Canto di Natale. Nella notte della vigilia egli viene visitato da tre spiriti che lo conducono in un vorticoso viaggio attraverso il Natale passato, presente e futuro, mettendolo di fronte a quello che è: un vecchio tirchio, insensibile e odiato da tutti, che ama solo la compagnia della sua cassaforte. Ma, al risveglio del giorno seguente, il miracolo è compiuto:

(…)Corse alla finestra, l’aprì, mise fuori il capo. Niente nebbia: un’aria limpida, cristallina, gioconda; un freddino salubre, pungente; un sole d’oro; un cielo di zaffiro; freschetto, non freddo; e quelle campane, così allegre, così allegre! Oh, bello, magnifico!
– Che è oggi? – gridò Scrooge ad un ragazzetto che passava con indosso gli abiti della festa e che forse s’era fermato per guardarlo.
– Eh? – fece il ragazzo spalancando la bocca dalla maraviglia.
– Che è oggi, bambino mio? – ripetè Scrooge.
– Oggi! – rispose il ragazzo. – È Natale, oggi.
– È Natale! – disse Scrooge a sé stesso. – Bravo, sono in tempo. Gli Spiriti hanno fatto ogni cosa in una notte (…)
Si vestì, col meglio che aveva, e uscì per la via. La gente si riversava fuori, com’egli l’avea vista con lo Spirito del Natale presente. Camminando con le mani dietro, Scrooge guardava a tutti con un sorriso di soddisfazione. Era così allegro, così irresistibile nella sua allegria, che tre o quattro capi ameni lo salutarono: “Buon giorno, signore! Buon Natale!” E Scrooge affermò spesso in seguito che di tutti i suoni giocondi uditi in vita sua, i più giocondi, senz’altro, erano stati quelli.

Dopo essere stato in sogno spettatore della propria vita, Scrooge si trasformerà dunque in un uomo nuovo, generoso e attento al prossimo. Spesso, nel sogno, la memoria cuce insieme immagini ed emozioni del passato: negli ultimi istanti che la separano dalla morte, la vecchia quercia della fiaba di Andersen rivede in sogno la sua lunghissima vita: (…)Tutto quello che l’albero aveva vissuto e visto nei suoi lunghi anni di vita, gli sfilò davanti, come in un corteo. Vide cavalieri e dame dei tempi antichi, con le piume sui cappelli e i falchi in pugno, cavalcare nel bosco; il corno da caccia risuonò e i cani abbaiarono. Vide i soldati nemici con armi lucenti, abiti variopinti e lance e alabarde montare e smontare le tende; i fuochi delle sentinelle ardevano e si cantava e si dormiva sotto i rami tesi della quercia. Vide anche gli innamorati che s’incontravano pieni di gioia al chiaro di luna e incidevano i loro nomi, le loro iniziali, nella sua corteccia grigio-verde. Fu come se un nuovo flusso di vita scorresse dalle radici più piccole fino ai rami più esposti, fino alle foglie; l’albero sentì che si stava allargando, sentì con le radici che anche nella terra c’era vita e calore; sentì crescere le sue forze e crebbe sempre più alto. Il tronco s’innalzò senza un attimo di sosta, continuò a crescere, la corona di foglie si infìtti, si allargò, si sollevò, e, crescendo l’albero, cresceva anche il suo senso di benessere, il suo desiderio beatificante di andare sempre più in alto, fino al caldo sole luminoso. (…)

E così il sogno spalanca le porte all’inconscio lasciando che i desideri più reconditi fluiscano liberamente. A volte il protagonista della fiaba finisce per trovarsi in balia dei suoi stessi sogni, dovendo affrontare avventure e prove estreme da cui non potrà che uscire radicalmente trasformato. Siamo al viaggio onirico, che si traduce in un percorso di crescita e si associa di frequente ad un mutamento di stato. E’ evidente che  le avventure vissute dalla Marie de “Lo Schiaccianoci e il re dei topi nel suo lungo viaggio a metà tra sogno e realtà in un mondo popolato di topi, fate, soldati e principi segnino simbolicamente il passaggio all’età adulta.

Lo stesso dicasi per Alice nel Paese delle Meraviglie: il suo sogno, generato da un desiderio di conoscenza e di autonomia spinto all’eccesso, è fisico ma irreale.

Alice si lancia all’inseguimento del coniglio bianco affrontando un viaggio alla ricerca della sua identità, e in ogni personaggio incontra la proiezione di una parte di sé. Illuminante il dialogo col Bruco, che rappresenta il lato più saggio e riflessivo della personalità di Alice

«E tu chi sei?» domandò il Bruco. Non era promettente come apertura di dialogo. Intimidita Alice rispose: «Io a questo punto quasi non lo so più, o meglio, so chi ero stamattina quando mi sono alzata, ma da allora credo di essere stata cambiata più di una volta».

La presa di coscienza da parte di Alice del cambiamento profondo che sta avvenendo in lei rappresenta il punto di partenza di un percorso che, attraverso il superamento di preconcetti e convenzioni, la porterà a capire come rapportarsi agli altri e ad accettare l’esistenza di punti di vista differenti dai suoi.
Il risveglio dal sogno segnerà dunque il vero lieto fine perché, destandosi, Alice si ritroverà ben più libera e consapevole di prima.

Il vecchio adagio recita che “la notte porta consiglio”; nelle fiabe, aggiungiamo noi, la notte può rappresentare in più un momento catartico. Ne Il principe faccia di maiale la notte permette ad un maiale di trasformarsi nuovamente in principe e, in Pelle d’asino, indossando di notte i suoi sontuosi abiti da principessa la giovane guardiana di animali ritrova se stessa . Altrettanto accade a Pinocchio: è durante la notte che si compie per lui la metamorfosi finale:
“…Poi andò a letto e si addormentò. E nel dormire, gli parve di vedere in sogno la Fata, tutta bella e sorridente, la quale, dopo avergli dato un bacio, gli disse così: -Bravo Pinocchio! In grazia del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono esser citati come modelli d’ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l’avvenire, e sarai felice.
A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi spalancati. Ora immaginatevi voi quale fu la sua maraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri.

“Chiudi gli occhi per sognar e tutto cambierà” cantava Cenerentola. Le fiabe ci insegnano, tuttavia, che si può sognare anche ad occhi aperti, come nel caso di Biancaneve ed Aurora. Le due eroine vagheggiano il grande amore e una volta che lo hanno incontrato rimangono vittime di un sortilegio che le costringe al sonno perpetuo. Il vero sogno, quello da realizzare per mezzo dell’amore nel mondo reale, per entrambe sarà veicolato dal lieto fine (il ricongiungimento con l’amato) e non dal risveglio.

Uno dei casi più interessanti in cui la letteratura per l’infanzia incrocia il sogno è rappresentato dal libro di Maurice Sendak, Nel Paese dei mostri selvaggi. Spedito per punizione in camera sua dalla mamma sotto la minaccia di andare a letto senza cena, Max vivrà con la sua immaginazione un’avventura fantastica: approderà alla terra dei mostri selvaggi – proiezione dei suoi peggiori istinti – diventandone il re e si scatenerà in sfrenati festeggiamenti per un’intera notte salvo ritrovarsi, all’alba, triste ed affamato. Dopo aver dominato i suoi sentimenti di rabbia, frustrazione, sconforto e noia, Max è pronto per tornare a casa, dove lo attende una zuppa ancora calda.

“…E Max, il re di tutti i mostri selvaggi, si sentì solo e desiderò di essere in un posto dove c’era qualcuno che lo amava più di ogni altra cosa al mondo. Fu allora che odorò tutt’intorno un profumo di cose buone da mangiare che arrivava da molto lontano, così rinunciò ad essere re del paese dei mostri selvaggi. Ma i mostri selvaggi gridarono:

“Oh, non andartene! Noi ti vogliamo mangiare, così tanto ti amiamo!” Max rispose: “No!” I mostri selvaggi ruggirono terribilmente, digrignarono terribilmente i denti, rotearono terribilmente gli occhi e mostrarono gli artigli orrendi e Max saltò nella sua barchetta e agitò la mano in segno di saluto”. Il paese dei mostri selvaggi è il luogo in cui le emozioni negative subiscono dunque una sorta di purificazione trasformandosi in maniera produttiva, tanto che Max riacquisterà il controllo di sé fino a provare nostalgia della famiglia.

Per concludere, che i sogni traducano in immagini bisogni minimi, grandi aspirazioni, presagi, ricordi o emozioni inespresse, una cosa è certa: nelle fiabe non rimangono mai dentro il cassetto.

Laura Muscarà

(intervento durante la mostra “Sogno quindi Sono” )

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