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Pensando a Vittoria

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Vittoria ci parla innanzitutto del potere della fotografia. La filosofia esistenziale lo definirebbe un caso limite, quelle eccezioni, che ti fanno comprendere nel profondo e ti donano consapevolezza dello stato delle cose. Avessimo trovato un ritratto dipinto accanto al cassonetto, per quanto veritiero e autentico poteva essere, non avrebbe suscitato in noi lo stesso effetto. Vittoria rappresenta la metafora di una vita gettata o meglio di quello che ne è l’essenza, la sua memoria.

Gli esistenzialisti – basti pensare a Sartre – direbbero che viviamo nello sguardo degli altri. Letteralmente vi veniamo concepiti. Sopraviviamo nella memoria, in ciò che di noi viene ricordato e raccontato, e solo quando essa si perde scompariamo. Il gesto dell’abbandono di Vittoria è il gesto dell’indifferenza, di un qualcosa che non ha più significato. Potremmo pensare, che il ritratto molto semplicemente non sia piaciuto. Qui subentra però ciò che dicevo a proposito del potere della fotografia – aggiungo questo inciso: un quadro per quanto sensuale possa essere, non avrà mai il potere di una fotografia erotica o della pornografia . La fotografia è sempre in qualche modo legata alla consapevolezza che qualcosa e qualcuno se non altro è stato, come dice Roland Barthes.

Prescindendo da qualsiasi discorso di somiglianza o veridicità rimane dunque questo semplice fatto: l’immagine è il segno di una vita, la sua rappresentazione, il suo sostituto, meglio ancora un ferma posto. Nel vederla abbiamo la certezza psicologica che sia così. Qualsiasi gesto commesso nei riguardi di un’immagine fotografica è un gesto commesso nei confronti di quell’essere che è stato, e ha un peso nettamente superiore a qualsiasi atto di violenza commesso nei confronti del ritratto di una statua o di un dipinto, per quanto drammatico possa essere. La fotografia è sempre presenza nell’assenza e dunque più di una semplice rappresentazione. Essa incarna il volto che ritrae.

Vittoria ci tocca, perché a noi tutto tocca prima o poi. Vittoria ci suggerisce un pensiero precedente. Non è la morte in sé a spaventarci, quanto l’essere dimenticati. Solo allora non saremo più, solo allora saremmo persi o ci saremo persi. Può accadere anche in vita, lo sappiamo bene. Se la dimenticanza è un processo passivo e fisiologico, legato per lo più al tempo, la cancellazione di una vita attraverso le immagini è un gesto attivo, un atto di violenza in ogni caso, visto che l’immagine si sostituisce alla realtà rappresentata. Diventa allora una vera e propria damnatio memoriae, che sappiamo bene essere stata dall’antichità una punizione giuridica. Ci insegna, che quando diciamo che non si può fare a una vita nulla di peggio della morte non è vero, perché peggio, perché ben peggio è cancellarla dalla memoria della collettività e degli altri. Vittoria dunque è la quintessenza di una paura ancestrale dell’uomo e di quella consapevolezza, oso dire risparmiata alle altre forme di vita, della precarietà e temporaneità della nostra esistenza.

L’uomo vi si è opposto lasciando i suoi segni. E’ quella paura o meglio la sua risposta ad essa che fa nascere e genera le immagini e nella sostanza l’arte stessa. Da quel primo gesto di porre l’impronta delle proprie mani colorate sulle pareti di una caverna, dai graffiti dell’antichità, ritorna sempre lo stesso richiamo: Io qui sono stato, Io sono stato.

L’arte e le immagini rispondono anche ad un’altro semplice bisogno e desiderio dell’uomo; differenziarsi. Bailly dice, che il ritratto è il nome del volto. Senza quel volto noi ci annegheremmo nell’anonimato della specie. E’ alla perdita di una vita, di quella vita unica e insostituibile, ai suoi segni e alle sue fattezze nel tempo, alla quale l’uomo si oppone. Doisneau dice, che ogni foto da lui scattata è frutto del suo desiderio di fermare il tempo. Quel tempo che prima o poi allunga le mani e tocca tutti noi.

Oso dire però, che Vittoria per me non ha alcuna drammaticità. Il suo abbandono in fondo l’ha strappata dal essere dimenticata. Figlia di madre ignota, non possiamo dire diversamente, è come un’orfano al quale si da con l’adozione una nuova identità. Come succede con tutti i figli adottivi arriverà quel momento nel quale qualcuno si farà avanti e dirà: è mio. Lo dico scherzando sapendo che l’amore non è possesso e ogni vita può solo appartenere a se stessa, la possiamo solo sentire, raccontare e ricordare. Vittoria però è una creatura particolare, perché non difetta solo delle origini biologiche e sociali, come accade per le adozioni. Da quel gesto in poi è la vita di quell’essere a camminare in proprio. Vittoria è il volto di una giovane ragazza, un po timida e impacciata, che gioca a fare la dama, ad essere ci direbbe il suo cappello, una vamp e una sensuale. L’abbigliamento ci rivela l’appartenenza ad una posizione economica almeno medio alta, probabilmente borghese. Non sappiamo null’altro, se sia stata felice, se abbia amato e sia stata amata, quale che sia stato il suo destino. Com’era poi: affabile, amabile, se abbia commesso dei torti o gliene siano stati fatti. Cosa ha lasciato Vittoria, cosa è rimasto in quel luogo, in quei posti ai quali è stata legata la sua vita, nella memoria di qualcuno, che abbia incontrato, al di là di quel ritratto.

Vittoria per me è una superficie nella quale abbiamo proiettato la nostra memoria e le nostre paure creando un miracolo di vita. Vittoria c’è, esiste ed è viva per tutti noi. Ciò è stato possibile, perché la sua vita, come ogni vita ha una somiglianza con la nostra, per quanto diverse possano essere le biografie individuali. La sua memoria, le immagini dalle quali si compone, è da noi condivisibile. Esiste attraverso una memoria collettiva che si ricompone. Vittoria è anche questa consapevolezza. Il nostro desiderio di essere visti dagli altri per poter essere, ci porta a vederla. Ci porta a individuare tratti e segni, che possano dare significato a una vita e creare significato, di tutto ciò al quale l’affetto si è legato e che ha avuto per noi un’importanza, dalla semplicità degli oggetti alla complessità dei momenti: il suono di una voce, un raggio di luce e una finestra di un pomeriggio quieto. Le lacrime e la gioia poi che legano e tengono insieme la trama. Vittoria ci porta a riflettere su cosa sia l’identità di una vita e di una persona al di là della sua origine biologica e del suo inserimento sociale. Al di là dei concreti dati anagrafici e dalle tappe ad essi legate. Il contenitore dell’identità di una vita si compone da tutto ciò che scegliamo di raccontare e di deporvi e di quanto lo vediamo pieno o vuoto. E’ fatto poi di ciò che si racconterà di noi, che altri sceglieranno di vedere e raccontare e di come saremmo stati visti. E’ qui che Vittoria, ci prende per mano e ci conduce dalla memoria al sogno, in quel luogo di progettualità dove possiamo pensare altro e oltre, dove possiamo vedere diversamente e pensarci diversi. Ho sempre ritenuto che il più grave torto che si possa fare ad una vita, è la condanna di circoscriverla, di non riconoscergli il diritto di essere di più possibile. La creatività e l’arte si originano in quel luogo dove si pensa un diverso possibile e nel solo pensarlo gli si dona un’opportunità e dunque realtà. E’ questa la forza del desiderio e da quel punto si comincia a camminare.

Vittoria, nata dalla nostra paura di essere dimenticati, è viva. Mi chiedo cosa sia per me e confesso che mi sono profondamente affezionata a lei a quel suo volto adolescente, in continua evoluzione non fatto o definito. Vittoria non è una donna matura, ha ancora davanti a se tutto, l’esperienza dell’amore, potrebbe essere accaduto poco dopo o in quel momento stesso, credo anche il dolore e a tutto ciò che immagino potrebbe essere stata la sua vita. E’ probabilmente proprio quell’impaccio dell’ancora non finito del quale ci parla quel ritratto con il cappello troppo ingombrante, una signora lo porterebbe diversamente, che ci ha reso possibile creare un’identità immaginaria chiamata Vittoria come si fa nei sogni dell’adolescenza.

Un ritratto di una donna matura ci avrebbe condotto verso altre strade. Un ritratto di un bambino invece avrebbe suscitato in noi un’atteggiamento di protezione e difesa superiore. Al di là di queste riflessioni rimane da dire che Vittoria, c’è, è lì, ci invita a dialogare con lei. Il manierismo della sua posa non cambia questa realtà. Vittoria non è frutto della nostra pietà nei suoi riguardi. La sua immagine ci chiama, desidera di essere osservata. E’ la compassione che ci anima intesa nel senso più profondo di quel pathos, che è condivisione della nostra vita e della vita degli altri. Rispondendo ad un’osservazione di Sabrina, che era triste, perché la pastorella non era stata ritrovata ho pensato che invece era bello, perché Vittoria non era persa finché continuavano a cercarla. E’ questo l’amore ed è buffo; Vittoria non poteva che nascere al Granaio, dove ogni sera alle 9 si sente quella campana. L’uomo non è perso finché continua a cercarsi e a cercare. Vittoria ci insegna anche questo.

Mariacristina Eidel

(intervento durante la mostra “Sogno quindi Sono” )

Giornalista e Grafico. Curatrice di Mostre

Ha collaborato come corrispondente giornalista da Roma per varie testate giornalistiche tedesche. Come curatrice delle Mostre “Le Ragioni dello Sguardo e il Fotografo Fotografato” e “Sogno quindi Sono”, organizza vari eventi di carattere culturale e artistico e coordina l’Ufficio Stampa.

Ha diretto la ricostruzione e digitalizzazione dell’Archivio fotografico storico Alberto Bruno promuovendo una apposita pubblicazione.

Coordina la comunicazione e come grafico, disegna in collaborazione con Alessandro Arrigo i kit della ristrutturazione degli spazi degli alberghi d’arte.