Luoghi che si trasformano, luoghi di denuncia, luoghi alla ricerca di verità in una mostra fotografica e di arte multimediale a Roma.  “Preferisco un graffio, perché è il segno tangibile di una presenza, alla liscia perfezione.”  Cristina Eidel

ROMA – “Anagrammi” è  la mostra fotografica e di Arte Multimediale che  si svolge  alla Domus Romana (da mercoledì 21 a lunedì 26  novembre).

Un romanzo di sguardi scritto a sei mani da tre artisti, uniti da un filo comune per creare insieme  un’opera. I lavori di Michele Baruffetty, Cristina Eidel e Kostantinos Papaioannou invitano, ognuno con il proprio linguaggio espressivo, a una riflessione sul significato di abbandono, assenza, incuria di luoghi, ma non solo anche di evoluzione e mutamento della loro identità. Perché il titolo Anagrammi?

Anagramma vuole dire scomporre e ricomporre l’Arte da una nuova rilettura delle cose, dei fatti, come in un gioco io ricompongo con l’immaginazione.   

La mostra è una composizione dei lavori di tre artisti, con tre approcci e linguaggi espressivi diversi, che visti nell’insieme acquistano un nuovo significato. “Per me  la cosa importante è propria questa” – ha raccontato Maria Cristina Eidel, fotografa, grafica e giornalista. “E’ una mostra a sei mani e insieme siamo riusciti a creare un nuovo racconto, che comprende i singoli frammenti e pensieri e gli dà un significato più ampio. Questo per me significa creare. Andare oltre, anche oltre al proprio pensiero. I luoghi descritti dai tre autori  sono diversi ma  l’unione è forte tra di noi  e insieme creiamo”  ha  sottolineato Cristina Eidel.

L’arte come un anagramma ricompone frammenti dati con un nuovo ordine, proiettando l’osservatore oltre la soglia mentale del quotidiano verso lo spazio immaginario. Frammenti  di realtà che si dilatano nel tempo senza lancette.  Ci vuole una sensibilità per andare oltre alle apparenze. Dinanzi a una crescita esponenziale delle fotografie e di un’inflazione delle immagini, con la conseguente deflazione del loro significato, la fotografia conserva la capacità di proiettarsi oltre la realtà oggettiva verso una dimensione metafisica. Presso alcune culture c’era la credenza che le fotografie rubassero l’anima. “Accade l’opposto” – ha detto M. Cristina Eidel – “sono le persone, i luoghi, i minimi frammenti a rapire l’anima del fotografo, che per un’inversione di ruolo si trova nei panni del soggetto ritratto. E’ il magico potere dell’empatia fotografica a creare mondi fittizi eppur vivi, frammentari, ma non meno concreti, dove l’immaginazione si estende nello spazio creato da un solo riflesso”. 

I lavori di Michele Barruffety, Cristina Eidel e Kostantinos Papaioannou invitano, ognuno con il  proprio linguaggio espressivo, a una riflessione sul significato di abbandono, assenza e incuria di luoghi. Luoghi che ci appaiono alla ricerca di verità. Le immagini non sono semplicemente commemorative. Il frammento catturato ha una vita propria, che ci invita a rileggerlo, per scoprirne nuovi significati. Come  in un gioco, che consiste nella permutazione delle lettere componenti una parola o una frase in modo da ottenere altre parole o frasi di significato diverso. Frammenti temporali minori questi scatti, rappresentano il non colto, l’indefinito, l’inespresso fotografico di cui paradossalmente il fotogramma si è appropriato. Le immagini mosaico sono sinonimo di un racconto, che fonda le sue radici nel tempo passato e nella sua evoluzione, ma che è forse solo il riflesso, di un’elaborazione “costruita” nel presente.

Evoluzione e trasformazione dei luoghi  e riflessione su quel male silenzioso, chiamato “anonimato”.

Cristina Eidel, con il suo ciclo di fotografie in Bianco e Nero “Object Trouvé” racconta un luogo non luogo. Il Granaio di Santa Prassede, magazzino del grano nell’Ottocento, si è visto trasformare in abitazioni prima, in albergo poi.

Nel ciclo fotografico in Bianco e Nero “Object Trouvé, nel suo fascino austero è ripreso attraverso una sequenza di dettagli fotografici, che non rappresentano, ma fanno solamente intuire l’edificio nel suo insieme. Frammenti temporali minori, sono sinonimi del non colto, dell’indefinito, e dell’inespresso fotografico di cui paradossalmente lo scatto si è appropriato. “Le fotografie sono come parole che che compongono un racconto” – ha precisato Maria Cristina Eidel – “ogni immagine è unica e assoluta e al tempo stesso parte di un’insieme, che si può scomporre e ricomporre, come le lettere in un anagramma”.

“Non si tratta di fotografie denuncia, anche se nascono da una riflessione su quel male silenzioso, chiamato anonimato, che lentamente appiattisce le differenze”  – ha raccontato la Eidel – “Le fotografie sono dettate dalla passione per un luogo e dal semplice desiderio di raccontarlo senza nostalgia, non è un luogo perduto, esiste, c’è. Volevo raccontare l’evoluzione del posto e il mutamento della sua identità”.

Le fotografie sono state realizzate durante una breve parentesi, nella storia dell’edificio, quando nel 2015 per un anno diventa albergo d’arte. Trasformandolo in punto d’incontro artistico, si reinventa il luogo.

Il binomio luogo-nonluogo è significativo per la storia recente del Granaio. Nei luoghi si sosta, nei nonluoghi semplicemente si transita.

Altamente rappresentativi della nostra epoca contraddistinta dalla precarietà e dalla circolazione accelerata, i nonluoghi sono spazi dello standard. Pensati per l’utente medio, l’uomo generico senza distinzioni, non per persone, ma per entità anonime, gli individui nei nonluoghi si incrociano senza entrare in relazione. I nonluoghi non hanno un’identità, né storica, né relazionale. Sono sempre e semplicemente attuali. Tentare di descrivere il Granaio si è rivelato difficile non solo fotograficamente.

La vita è fatta di sfumature, che sfuggono alla precisione delle descrizioni. Nato come edificio funzionale, il fascino austero dell’edificio, non ha perso questa impronta. Attraverso  i cambi di destinazione e ragionamento, ha conservato quello, che si può solo descrivere come anima propria. Non si potrebbe dire di lui, che fosse particolarmente bello, ma imponente nella sua presenza. Raccontarlo, attraverso una sequenza di dettagli fotografici, che non rappresentano, ma fanno solamente intuire l’edificio nel suo insieme, è stata una scelta obbligata. Nessuna veduta d’insieme riusciva a cogliere quel suo sottile fascino, sfuggito alle pieghe del tempo.

Frammenti temporali minori questi scatti, rappresentano il non colto, l’indefinito, l’inespresso fotografico di cui paradossalmente il fotogramma si è appropriato. Le immagini mosaico sono sinonimo di un racconto, che fonda le sue radici nel tempo passato e nella sua evoluzione, ma che è forse solo il riflesso, di un’elaborazione “costruita” nel presente. Le immagini possono essere considerate un’opera unica oppure fruite singolarmente.

Bellezza di luoghi abbandonati nell’istanza del presente

Molto sensibile  e scrutatore nel cogliere l’istante,  con le sue risonanze senza tempo, Konstantinos Papaioannou giornalista e fotografo greco,  come possiamo vedere in una fotografia, “l’orologio della mensa”, rimasto fermo a mezzogiorno e un quarto del 1977, ultimo giorno di lavoro nelle antiche miniere di Lavrion, che ci ricorda la vulnerabilità dell’essere. L’autore  espone 32 fotografie stampate  personalmente in camera oscura, fabbriche, ormai reperti archeologici, binari ferroviari e vagoni apparentemente diretti nel nulla,  le periferie di Roma, ritratti con discrezione dalle stampe in Bianco e nero  di Papaioannou, si presentano allo spettatore come frammenti narrativi silenziosi, protagonisti di una storia e di un’identità da scoprire. Delimitando il campo visivo e temporale rispetto all’esperienza, la loro “vita” si condensa in un specifico istante del presente, e viene sospesa tra un passato e un futuro imponderabile, tra realtà e immaginazione. Quell’istante quasi per paradosso, non rivela solo l’inaspettata bellezza, di quei luoghi abbandonati, ma ha una storia propria, un primo e un dopo. Lo spazio è segnata dalle persone, che vi hanno vissuto, transitato, lavorato e dalle loro abitudini. E’ la magia di una parte a ricomporre per noi un insieme.

Medianica: un’opera è più di una esplorazione urbana o di una denuncia ambientalista

Nel percorso espositivo, curato da Oriana Picciolini,  un messaggio forte è trasmesso da “Medianica”, un’opera composta da tre filmati multimediali da Michele Baruffetty. Lo spazio reale così trasposto diviene un luogo immaginario. I paesaggi si estendono oltre l’inquadratura e suggeriscono altri spazi, accennati e non descritti, che possono esser costruiti o ricostruiti dall’osservatore. “Il grande sole che fa impazzire” è stato girato nel manicomio abbandonato di Volterra. Nelle stanza vuote, piene di calcinacci, la presenza dell’uomo è palpabile. L’immobilità del presente è spezzata dalla natura, che si sta riappropriando del luogo. “La flebile luce della candela”, è girato su una spiaggia di Fiumicino Il protagonista è un macchinario gigantesco ora abbandonato, uno dei tanti ecomostri, ereditati da una politica di abuso edilizio. Le musiche sono state registrate sui posti insieme ai filmati, per captarne l’essenza Per scelta dell’artista, i video non vengono proiettati nella sala, il visitatore può accedervi attraverso un ascolto privato, il QrCode. Le cuffie e il telefono/tablet isolano lo spettatore nello spazio espositivo, e lo invitano a porsi su un altro piano. Il trittico è stato esposta alla Nuvola Creativa Festival delle Arti, VIRTUS, ad ottobre al Macro Testaccio  e  sarà visibile per l’ultima volta in occasione di questa mostra. Medianica.

Le  opere dei tre autori  racchiudono il mistero a tratti  velato della realtà.

Ogni lavoro della mostra può essere visto singolarmente  anche come  una tessera, parte di un’immagine più grande ricomposta per la prima volta come un puzzle in un gioco di raffinate atmosfere e di un edificante dialogo.

link all’articolo: http://www.artemagazine.it/mostre/fotografia/item/8127-alla-domus-romana-anagrammi