Dinanzi a una crescita esponenziale delle fotografie e di un’inflazione delle immagini, con la conseguente deflazione del loro significato, la fotografia conserva la capacità di proiettarsi oltre la realtà oggettiva verso una dimensione metafisica. Presso alcune culture c’era la credenza che le fotografie rubassero l’anima. Accade l’opposto. Sono le persone, i luoghi, i minimi frammenti a rapire l’anima del fotografo, che per un’inversione di ruolo si trova nei panni del soggetto ritratto. E’ il magico potere dell’empatia fotografica a creare mondi fittizi eppur vivi, frammentari, ma non meno concreti, dove l’immaginazione si estende nello spazio creato da un solo riflesso.
L’orologio della mensa, rimasto fermo a mezzogiorno e un quarto del 1977, ultimo giorno di lavoro nelle antiche miniere di Lavrion, è una delle fotografie esposte da Kostas Papaioannou, che ci ricorda la vulnerabilità dell’essere. Fabbriche, ormai reperti archeologici, binari ferroviari e vagoni apparentemente diretti nel nulla, le periferie di Roma, ritratti con discrezione dalle stampe in Bianco e Nero del giornalista e fotografo greco, si presentano allo spettatore come frammenti narrativi silenziosi, protagonisti di una storia e di un’identità da scoprire. Delimitando il campo visivo e temporale rispetto all’esperienza, la loro “vita” si condensa in un specifico istante del presente, e viene sospesa tra un passato e un futuro imponderabile, tra realtà e immaginazione. Quell’istante quasi per paradosso, non rivela solo l’inaspettata bellezza, di quei luoghi abbandonati, ma ha una storia propria, un primo e un dopo. Lo spazio è segnato dalle persone, che vi hanno vissuto, transitato, lavorato e dalle loro abitudini. E’ la magia di una parte a ricomporre per noi un insieme.

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